Spada Celtica

Raggruppiamo sotto questo termine armi dalle fogge e dimensioni più varie, attribuite a diverse popolazioni celtiche nel corso dei secoli. Tranne nel caso della Falcata (vedi sotto), parliamo generalmente di spade a doppio filo, con punta acuminata ma guardia estremamente ridotta. Partendo dalle versioni più antiche in bronzo, con l’utilizzo del ferro la lama si allunga e tende ad avvicinarsi sempre più alle spade del periodo migratorio.

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Mentre l’elsa poteva assumere una varietà di fogge particolari (da quella antropomorfa, alla forma ad antenne, fino ad else ad X o più semplici), la lama ha spesso una peculiare sagomatura a foglia, soprattutto nei modelli più antichi in bronzo. Forma che ricorre anche nello Xiphos greco, è possibile che servisse ad ottenere un’arma usata per colpi di taglio potenti, concentrando massa e peso nel punto della lama interessato dall’impatto col bersaglio.

Partendo dall’Età del Bronzo, una delle tipologie più ricorrenti per le spade dell’area italica poteva essere quella definita come “spada ad antenne“, nome derivato dalla particolare forma assunta dalla sua elsa. Al posto di un pomolo vero e proprio, era infatti una lamina metallica a chiudere il codolo nella parte finale dell’impugnatura, ripiegata ai lati in modo da formare due volute simmetriche, simili, appunto, ad antenne ricurve. L’impugnatura era in metallo pieno e si collegava alla lama attraverso due rivetti. Questo tipo di spada non si può definire propriamente un’arma “celtica“, dal momento che si diffonde in area italica, a partire dal X secolo a.C., per una serie di popolazioni diverse, quali gli Etruschi, i Sanniti, ma anche gli antichi Romani. A differenza delle spade precedenti, più corte e tozze, dette “a lingua di carpa”, la spada ad antenne presenta un profilo più allungato e dalla spina piatta, ben adatto sia agli affondi che a colpi di taglio veri e propri, non solo a piedi ma anche dalla sella di un destriero

Spada ad antenne in bronzo dalla necropoli etrusca di Tarquinia – Ph. Samuele Pareschi

Armi più propriamente celtiche o proto-celtiche erano le spade Naue I e II, dette anche “a lingua da presa”, ancora tipiche dell’Età del Bronzo e diffuse lungo l’arco alpino, nella cultura di Hallstatt: corte e robuste, avevano una lama dalla caratteristica forma a foglia di salice che le rendeva atte soprattutto all’affondo, come sembra testimoniare anche il rinforzo sulla spina centrale e l’impugnatura particolarmente salda, chiusa da un pomolo che doveva fermare bene il palmo della mano al momento della stoccata.

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Spada celtica Naue – Ph. Samuele Pareschi

Avanzando ancora nei secoli fino alla piena Età del Ferro, con l’influsso di altre culture e civiltà europee, passando per la sopracitata spada ad antenne, le spade celtiche subiscono ulteriori evoluzioni, andando a delineare un quadro piuttosto disomogeneo sia nelle fogge che nel tipo di materiali e tecniche impiegate. La metallurgia si sviluppa in maniera differente a seconda dell’area interessata e del singolo gruppo umano preso in considerazione; teniamo poi conto del fatto che le varie culture celtiche, o comunque italiche ed europee, con la significativa eccezione di quella romana, erano spesso suddivise in clan famigliari o simili gruppi ristretti, il che rendeva impossibile una vera uniformità per quanto riguarda le tecnologie, ivi inclusa la produzione di armi. Parliamo generalmente della cultura di La Téne, suddivisa in tre periodi (definiti sinteticamente come A, B e C) tra il VI e il I secolo a.C.

Riproduzioni di spade lateniane al festival Druidia (edizione 2018) – Ph. Samuele Pareschi

Le spade celtiche di questi tre periodi si allungano notevolmente, in un processo che le porta fino ad oltre 80 cm di lunghezza, qualcosa di molto inusuale per armi in ferro dell’antichità. Questa forma allungata e dallo spessore notevole, soprattutto nella parte centrale della lama, permette al guerriero di portare tagli brutali, senza andare a svantaggio delle stoccate grazie alla bombatura centrale. L’elsa della spada si modifica presentando una forma talvolta “antropomorfa“, simile ad una X allungata, che consente una presa salda da entrambi i lati.

La spada lateniana è stata oggetto di studi alquanto approfonditi e anche di controversie, derivate in parte dalla quantità di reperti disponibili, e in parte dalle diverse opinioni fornite anche dagli autori classici. Polibio, ad esempio, critica fortemente la qualità delle spade galliche, ritenendole adatte solamente a portare pochi colpi di taglio, dopo i quali si sarebbero piegate, costringendo addirittura il guerriero a fermarsi per raddrizzarle con il piede. A partire dai reperti, possiamo immaginare che questo fosse dovuto alla fattura piuttosto scadente di una parte minoritaria delle spade celtiche: sappiamo infatti che le tecniche di forgiatura, quelle di tempra e gli stessi materiali utilizzati, variavano enormemente a seconda dell’area, dell’artefice e anche del committente.

La famosa spada di Kirkburn

I Celti impiegavano tecniche diverse, come la saldatura a caldo, la ripiegatura del ferro (molto simile a quella usata storicamente in Giappone), e la semplice martellatura. Troviamo quindi spade lateniane con una lama molto morbida, composte in gran parte di acciaio dolce o di semplice ferro battuto, e con una tempra disomogenea, talvolta concentrata su un unico lato del filo. Ecco perché alcune di queste spade, in battaglia, avrebbero certamente finito per piegarsi come descritto da Polibio; tuttavia teniamo bene a mente che si tratta di una parte relativamente ristretta dei reperti a presentare questi tipi di lavorazione. Personaggi importanti, come guerrieri rispettati e alte cariche militari, avevano certamente a disposizione gli armaioli più esperti che si potessero reperire tra le popolazioni celtiche: e infatti la maggior parte delle spade lateniane presentano una lama piuttosto elaborata, con ottimi materiali per l’epoca e con una tempra ben eseguita. Non è un caso se gli stessi Romani finiranno per adottare questo tipo di arma, portandone avanti l’evoluzione fino a creare la celeberrima Spatha (che a sua volta si evolverà in spade migratorie e Spade Vichinghe), in modo simile a come già era successo per il Gladio ispanico.

Molto diverso è il tipo della Falcata, che pure può considerarsi una spada dei Celti, diffusa soprattutto nella penisola iberica. Si tratta di un’arma corta a filo singolo, la cui lama ricurva era affilata sul lato concavo, in maniera simile allo Yatagan mediorientale e al Makhaira greco, oppure al Kopis, che con essa potrebbero avere legami di parentela. L’utilizzo primario della Falcata doveva essere quello a bordo di un carro da guerra o a dorso di cavallo, come testimoniano anche una serie di else dalla forma di testa equina; tuttavia, proprio come accadeva per il Kopis, queste spade venivano usate largamente anche da guerrieri appiedati.

kopis ellenico cratere etrusco
Un guerriero appiedato brandisce un Kopis ellenico in una rappresentazione mitologica su un cratere etrusco – Ph. Samuele Pareschi

A sostegno di questa tesi, oltre che un gran numero di fonti iconografiche (dipinti, decorazioni, bassorilievi), va anche il fattore che più di tutti distingueva la Falcata iberica dal Kopis ellenico, ovvero il falso filo sulla parte posteriore della lama, in prossimità della punta. Questo accorgimento, del tutto mancante nelle spade elleniche (anche nella loro posteriore versione italica, più corta e incurvata), serviva indubbiamente a facilitare l’affondo, oltre che, forse, ad alleggerire l’arma. Altra differenza tra le due tipologie sono infatti le dimensioni, decisamente più ridotte nella Falcata, che dunque si sarebbe prestata molto più del Kopis ad una scherma agile e variegata, piuttosto che non solamente al taglio brutale.

falcata iberica falcione spada celtica
Replica di una Falcata iberica.
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