Scimitarra

In generale, con questo termine ci riferiamo sempre a spade a mano singola, monofilari, a lama curva (affilata sul lato convesso), e con guardia cruciforme contenuta, provenienti dall’area del sud-est asiatico, da alcune zone del nord Africa e da parte dell’Europa orientale.

Il termine “Scimitarra” viene spesso usato a sproposito e in senso generico; la parola deriva probabilmente dal persiano Shamshir, che dà il nome a una ben precisa tipologia di spada monofilare dalla curvatura fortemente accentuata (in alcuni casi letteralmente a mezzaluna), la guardia cruciforme piuttosto ridotta e l’impugnatura a “manico di pistola”. Per similitudine morfologica, di utilizzo e dell’area interessata, associamo il termine ad altre spade del mondo mediorientale, come il turco Kilij – strettamente imparentato con lo Shamshir – ma anche, con le dovute differenze, alla Karabela polacca, e ad altre spade ancora.

Spada Sciabola
Da sinistra: un Kilij, uno Shamshir e un Nimcha esposti al Museo Civico Medievale di Bologna
Ph. Samuele Pareschi

Dal momento che la parola “Scimitarra”, in letteratura come anche in testi autorevoli dei secoli scorsi, è stata notoriamente abusata e travisata – andando spesso ad indicare qualunque spada ricurva di provenienza non occidentale, ma talvolta persino le stesse Sciabole – ritengo utile, prima di tutto, stabilire una lista di spade che NON rientrano sotto tale categoria, almeno per quanto riguarda il nostro sito:

  • La Sciabola occidentale, di norma con paramano o elsa a mezzo cesto, NON è una Scimitarra, malgrado la sua parentela e le similitudini morfologiche con le spade del mondo islamico. Ciò vale anche per i suoi derivati, come il Cutlass e simili sciabole corte.
  • La Katana giapponese, in tutte le sue varianti, NON può essere considerata una Scimitarra.
  • Non sono scimitarre neanche le spade cinesi monofilari, come ad esempio il Dao o il Dadao.
  • Nemmeno spade mediorientali a lama diritta, o incurvata a forma di falce, possono essere chiamate propriamente scimitarre: è il caso dello Yataghan e di armi come la Kora nepalese.
  • Spade antiche come la Falcata celtiberica o il Khopesh egizio NON sono scimitarre.

Questo piccolo elenco è da intendersi come un’interpretazione personale dell’autore di questo articolo, basata però su osservazioni storiche, morfologiche e tecniche delle spade sopracitate. Molte di esse sono state talvolta definite come “scimitarre” da autori moderni solamente per distinguerle dalle spade occidentali, oppure per mera ignoranza geografica dello scrivente. È mia opinione che, così come non si può incapsulare tutto il mondo orientale in un solo stereotipo, non è neanche corretto (né utile) limitare la classificazione estremamente variegata delle spade di Asia, Africa ed Europa orientale, sotto a un’unica, ambigua nomenclatura.

Per le ragioni sopra descritte, difficilmente i lettori troveranno il termine “Scimitarra” riproposto in altre pagine o articoli del blog La Spada Perfetta: tale parola è in effetti generica e imprecisa, e normalmente si preferirà utilizzare direttamente il nome più specifico riferito a una tipologia ben precisa di spada. Talvolta, tuttavia, può risultare utile un riferimento generico a tipi di spade curve, monofilari e con guardia ridotta, che proprio per tali caratteristiche risultano avere un utilizzo pratico molto simile tra loro e che, quindi, verranno indicate genericamente come Scimitarre. Di seguito propongo un elenco il più possibile dettagliato di queste tipologie:

Spada sasanide infoderata del VII secolo esposta al MET Museum

Shamshir – Vocabolo di origine molto antica, che significa letteralmente “spada” in lingua persiana; è usato oggi per indicare un tipo di spada a mano singola, con lama monofilare dalla curvatura accentuata (quasi a forma di mezzaluna in alcuni modelli, mentre in altri può essere meno marcata), elsa cruciforme dai bracci estremamente ridotti, e priva di un controtaglio. In realtà questo tipo di Shamshir fu creato a partire da un’altra spada, il Kilij turco dalle caratteristiche sensibilmente diverse, come vedremo a breve. La parola “Shamshir” in lingua farsi fu originariamente adottata per designare le spade dei catafratti, i cavalieri pesanti dell’Impero Sasanide di Ardashir I, a partire dal III secolo. Le spade dei catafratti, tuttavia, erano molto diverse da quella che oggi consideriamo una Scimitarra: tanto per cominciare avevano lama diritta, lunga e affilata su entrambi i lati; erano prive di guardia e l’impugnatura poteva talvolta essere a due mani. Già all’epoca, comunque, secondo le ricostruzioni alcuni esemplari avrebbero potuto presentare una lama in acciaio wootz, un tipo di damasco dalle ottime qualità che contraddistingue molte delle armi di cui parliamo in questa pagina.

Lo Shamshir più moderno, con lama incurvata fino a 15 gradi, ha ripreso solamente il nome delle origini e non rappresenta in alcun modo un’evoluzione diretta della spada sasanide. L’introduzione di spade a lama curva in tali aree sarebbe infatti dovuta ai crescenti contatti con popolazioni di etnie diverse, provenienti dall’oriente: Turchi e Mongoli in primo luogo. Grossomodo a partire dal secolo XI, lo Shamshir iniziò a divenire popolare fra le truppe selgiuchidi, pur con una vera e capillare diffusione solo più tardi, nel XV secolo, nell’Impero Ottomano. Pur presentando una rastrematura (un restringimento progressivo della lama in direzione della punta), che ne migliora il bilanciamento, questa spada non è dotata di un contro-taglio, cioè una parte affilata sul retro della punta, come invece le sue cugine: in particolare, questo è il fattore che più la discrimina dal Kilij.

shamshir e pala kilij
Uno Shamshir (sopra) e un Kilij di tipo Pala (sotto) esposti all’Hermitage.

Tutto lascia pensare che lo scopo primario dello Shamshir, al pari di altre Scimitarre, fosse quello del combattimento a piedi, abbinato ad uno scudo. Lo scarso allungo dell’arma e la sua mancanza di un’elsa veramente protettiva sono infatti compensati dalla protezione offerta da uno scudo, come i ridotti dhal o separ in uso dal medio-oriente fino all’India, o anche da scudi più grandi. Degno di nota è il fatto che spade con una curvatura tanto accentuata possano più facilmente seguire, nel movimento, il bordo arrotondato degli scudi, oppure colpire con rapidi affondi da angolature diverse senza doverli spostare o dover sporgere la mano all’esterno, così da mantenere protetto il guerriero durante l’attacco. Ad ogni modo, queste spade venivano certamente usate anche dalle truppe di cavalleria (in particolare quella leggera), trovando buon gioco nella possibilità di colpire di taglio con grande efficacia e di rischiare meno l’incastro nel bersaglio, proprio in virtù della loro lama ricurva.

Kilij (kılıç) – Anche nel caso della scimitarra turca più caratteristica, il termine usato per descrivere il Kilij significa, semplicemente, “spada“, proprio come accade in molte altre lingue. Quest’arma condivide con lo Shamshir persiano la maggior parte delle caratteristiche peculiari, dalla forma generica dell’elsa a quella della lama; infatti, come si è detto, sarebbero state Kilij le prime spade ricurve a comparire nell’area, sviluppatesi direttamente dai contatti con le tribù dell’Asia centrale, per poi restare in uso diversi secoli nell’Impero Selgiuchide, nei vari sultanati e nell’Impero Ottomano, evolvendosi in parte nello Shamshir, ma senza mai scomparire.

Come distinguere, allora, un Kilij vero e proprio da uno Shamshir? Queste due spade si somigliano in effetti così tanto da essere, talvolta, quasi indistinguibili a prima vista. Tuttavia, il discrimine maggiore lo si ritrova osservando la loro punta: al contrario dello Shamshir, il Kilij turco presenta sempre un marcato controtaglio sull’ultima sezione della lama, piuttosto lungo e ampio rispetto alla sezione precedente, chiamato “yalman“, dalla quale è separato per mezzo di un rigonfiamento squadrato (“mahmuz“). Il controtaglio è un accorgimento utile, che migliora il potere di penetrazione della punta e consente di portare alcune tecniche particolari; non a caso, sarà mantenuto anche su molte successive Sciabole occidentali, a loro volta derivate direttamente dal Kilij. Anche il peculiare rigonfiamento prima del filo, però, potrebbe avere una sua utilità nell’appesantire proprio quella sezione della lama che va idealmente ad impattare con il bersaglio, garantendo una potenza maggiore nei colpi.

In molti tipi di Kilij, inoltre, la curvatura della lama inizia soltanto dopo il primo terzo (diritto) e devia repentinamente. Questo è soprattutto il caso del cosiddetto “Pala“, una variante del Kilij decisamente più corta, che presenta sempre questa forma caratteristica, molto accentuata, oltre che il classico controtaglio yalman sull’ultima sezione della lama, decisamente più ampia. Sembra che il Pala sia un tipo di spada ottimizzato per essere usato dalla fanteria, e la sua forma, in apparenza bizzarra, è molto astutamente elaborata: la curvatura si rivela infatti perfetta per compiere un movimento ideale nel taglio di striscio, che va cioè ad affettare il bersaglio a distanza ravvicinata. Questo si rivela utile soprattutto quando si combatte a stretto contatto col nemico (ad esempio, su una nave o in una trincea), e in particolare quando le protezioni sono costituite da tessuti quale la seta, che è notoriamente resistente ai classici tagli d’impatto. Anche in quest’ultimo caso, comunque, il Pala è capace di portare colpi potenti, proprio grazie al controtaglio appesantito da una punta più ampia e dalla “bombatura” di cui abbiamo parlato (“mahmuz“).

pala kilij scimitarra
Un Kilij di tipo Pala particolarmente sontuoso, del periodo Ottomano, esposto al MET Museum.

NIMCHA – Variante del Kilij o sua evoluzione è da considerarsi anche la spada Nimcha, dall’impugnatura molto peculiare e caratteristica. L’influenza dell’Impero Ottomano si estese su gran parte del Nord-Africa, e le spade associate alla cultura musulmana – Kilij e Shamshir – vennero adottate e poi modificate dalle popolazioni locali, così come accadde, parallelamente, in territori indiani ed est-europei. Nel Nord-Africa (soprattutto nell’area dell’odierno Marocco, ma estendendosi poi in Arabia e in altre zone) si evolse questa particolare tipologia con alcune caratteristiche nettamente distinguibili dalle altre scimitarre.

Esistono due grandi famiglie di Nimcha: una a lama più corta, simile al Pala e con una curvatura più accentuata, che veniva generalmente adottata in ambito navale/marittimo sotto forma di Cutlass, e l’altra con lama più allungata, che poteva rivelarsi maggiormente utile al combattimento sulla terra ferma, anche in sella a un destriero. Ciò che contraddistingue maggiormente il Nimcha dalle altre scimitarre è però la forma caratteristica della sua elsa: l’impugnatura a manico di pistola forma qui un angolo retto, assicurando la presa della mano al momento del colpo di taglio. Questa è poi chiusa da un paramano, anch’esso, di norma, molto stretto e parallelo all’impugnatura, tanto da incapsulare le dita saldamente. I bracci della crociera, inoltre, sono ripiegati in direzione della lama, e un terzo braccio è di norma presente sulla parte posteriore.

La forma molto peculiare dell’elsa del Nimcha si ritrova su una grande varietà di modelli, particolarmente sontuosi e decorati con iscrizioni arabe – talvolta in oro o metalli preziosi – così come sulla lama. Esistono inoltre spade a lama diritta che presentano questo tipo di elsa, provenienti dal mondo arabo, ed è molto probabile una correlazione evolutiva con la caratteristica elsa della spada tardo-medievale diffusa nella penisola iberica, definita “a forma di granchio” proprio per i doppi bracci della guardia incurvata. Qualcuno suppone che tale forma servisse idealmente a intrappolare una lama nemica, ma ciò appare improbabile, vista la pericolosità di simili movimenti e la dubbia utilità del gesto; più verosimilmente, si tratta di accorgimenti del tutto decorativi.

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