“Il cavaliere errante – Terra straniera”: un’avventura nell’Italia medievale dei comuni

Nel pieno Medioevo, tra i secoli XI e XII, l’Italia dei giovani comuni era una realtà unica sul panorama europeo. Le singole città della penisola, ufficialmente ancora sottomesse al dominio imperiale, ma nei fatti ben distanti dall’Impero, avevano iniziato a darsi forme proprie di governo, ciascuna con le sue modalità eppure molte con un richiamo preciso (almeno nelle apparenze) a quello che era stato il consolato romano. Nel bel mezzo dello sconvolgimento politico e religioso della lotta per le investiture, tra il Papato e l’Impero, le autonomie comunali cercavano di affermarsi combattendo sia tra loro, all’interno e all’esterno, sia con i vicari imperiali, pronti a far valere i propri diritti su terre e cittadine.

Come avrebbe reagito uno straniero giunto da un regno lontano, trovandosi nel bel mezzo di questa realtà a dir poco caotica? Giovanni Melappioni risponde alla domanda nel suo nuovo, emozionante romanzo: “Il cavaliere errante. Terra straniera”, ultimo capitolo delle avventure di Guibert il Grifone, stavolta approdato nientemeno che sulle coste italiane, e più precisamente quelle marchigiane. Chi ha seguito la trilogia del Giglio e il Grifone conosce bene Guibert, figlio di Ademar il Leone. Cavaliere errante per antonomasia, dopo aver perso tutto nella terra dei Franchi egli ha vissuto grandi avventure viaggiando fino all’impero dei Greci, dove ha combattuto per poi tornare a navigare verso est con l’aiuto del compagno Reinar il normanno.

La sorte o la fortuna conducono Guibert fino all’Italia dei comuni, nelle terre tanto care a Melappioni, che infatti ce le descrive con entusiasta ammirazione: l’area costiera vicino a Civitanova, da Porto Sant’Elpidio a Sirolo e poi su, fino ad Ancona, con il loro mare azzurro e le cittadine ricche di storia, sono il primo approdo del romanzo… e, per poco, rischiano di essere anche l’ultimo! Guibert, costretto da eventi avversi a fermarsi ben più del previsto nella bella Civitas Nova, sarà catturato nella tela intricata dei rapporti turbolenti fra i vicari imperiali e le famiglie più in vista del comune consolare. L’animo nobile di Guibert e la sua esperienza militare non potranno che condurlo a simpatia verso i giovani figli della famiglia Torliano, esponenti di spicco della città, con tutte le conseguenze del caso.

Ancora una volta, Giovanni Melappioni ci conduce in un vero e proprio viaggio all’interno della storia medievale, ben dettagliato sotto ogni aspetto – dall’organizzazione politica fino alle particolarità culturali degli abitanti di una cittadina del primo XII secolo, dai più alti signori ai più umili affittuari – e, attraverso gli occhi di Guibert, straniero quanto noi in un mondo tanto diverso dalla sua Francia monarchica, riesce a far risaltare luci e ombre di quello che erano i comuni italiani sulla carta del Medioevo europeo. Non temete, però, non si tratta di un documentario, ma di un romanzo d’avventura nel classico stile dell’autore! Guibert è prima di tutto un cavaliere, ben conscio del suo ruolo, e infatti non perderà occasione di aiutare i suoi nuovi sodali nell’organizzazione militare della difesa contro nemici vecchi e nuovi del comune marchigiano.

Oltre agli intrighi politici non mancano gli incontri passionali, con sentimenti da tempo sopiti che si risvegliano nel cuore del nostro eroe; Guibert scoprirà poi che anche qui, nella bizzarra Italia, abbondano gli uomini degni d’onore a cui viene naturale per lui accomunarsi. Ma, soprattutto, non manca l’azione: i combattimenti in vero stile medievale sono sempre improntati al massimo realismo, eppure risultano ricchi di pathos cavalleresco, seppur in mezzo alla polvere della battaglia. La spada è sempre presente al fianco del cavaliere errante, anche in questa nuova terra straniera. Fin dalle prime pagine, gli è ben chiaro che non potrebbe mai separarsene, pur andando in cerca di pace… e la sua scelta si rivela saggia.

Un cavaliere che sembra uscito dal ciclo carolingio (buon sangue non mente!) eppure consapevole della durezza del mondo in cui vive, Guibert brandisce la sua spada al fianco di guerrieri molto più vicini alla realtà della soldataglia che si sarebbe trovata nella militia comunale dell’epoca. Eppure, la spada del cavaliere errante è sempre votata alla giustizia: egli non può sopprimere l’istinto naturale che lo porta alla difesa di ciò che è retto dalle insidie della crudeltà umana, che si tratti di giovani fanciulle in pericolo o dell’intera popolazione di una città sotto assedio, minacciata da un destino oscuro.

Ma quale spada brandiva un cavaliere ai tempi del nostro Grifone? Il pieno Medioevo è un’epoca molto lontana da quello che diventa spesso l’immaginario comune, infarcito di stereotipi Fantasy derivati da un’interpretazione romantica del periodo, di mentalità ottocentesca. Non è ancora il momento dei grandi Spadoni rinascimentali branditi a due mani dai lanzichenecchi, tanto per intenderci, e non aspettatevi di vedere spade sulla schiena di qualche guerriero! La spada normanna è innanzitutto un’arma da cavaliere, evolutasi nei secoli proprio per meglio soddisfare le esigenze degli eserciti che, per motivi un po’ tecnologici e un po’ culturali, iniziavano a prediligere l’uso dei destrieri sul campo di battaglia, molto più di quanto non facessero i loro predecessori.

Se nel periodo tardo-antico e alto-medievale (almeno fino al IX secolo) assistiamo a una lenta evoluzione della Spatha romana verso modelli ibridi, in un gruppo che noi definiamo simbolicamente “Spada Vichinga”, le innovazioni a cavallo dell’anno mille porteranno a rapide modifiche per le armi da cavaliere vere e proprie. Innanzitutto, le spade si allungano e la loro punta si fa più acuminata, in modo da andare a colpire con più facilità i nemici dall’alto di un destriero. Questo rende le spade del periodo, molto spesso, decisamente pesanti rispetto a quello che erano state le precedenti spade migratorie: la metallurgia non era infatti così avanzata da permettere sempre una tempra perfetta e, forse anche per andare sul sicuro, gli spadai cercavano di mantenere un certo spessore nella lama, così lunga e incline a spezzarsi sotto i pesanti colpi dell’acciaio sull’acciaio.

La spada del cavaliere franco è però una vera Spada d’Arme, un’arma da usare anche nel duello o in battaglie appiedate, e non sempre con uno scudo, pertanto necessita di un accorgimento in più: i bracci della guardia si allungano, nella tipica elsa cruciforme che contraddistingue il Medioevo nell’immaginario comune. In tal modo la mano del guerriero gode di una protezione sensibilmente migliore anche qualora si dovesse trovare a combattere senza uno scudo, potendo deflettere almeno in parte le lame avversarie che scorrono filo contro filo. Il pomolo, poi, non è più trilobato o emisferico, ma sempre più spesso arrotondato o “a noce brasiliana”, così da lasciare maggior libertà ai movimenti del polso nei colpi di taglio.

Insomma, la spada del nostro Guibert è un’arma medievale in tutto e per tutto, perfetta per servire un cavaliere errante sia nel bel mezzo della battaglia – ben protetto da scudo e usbergo in maglie di ferro – sia nelle imprese più spericolate, a piedi o a cavallo, nelle vie segrete delle grotte sotterranee di Civitas Nova, così come sugli spalti delle mura cittadine, impegnato a respingere gli assedianti. Che conosciate o meno la trilogia precedente, il nuovo libro di Giovanni Melappioni riuscirà a trascinarvi direttamente nella realtà del Medioevo, dove guerra e gesta eroiche non mancano mai. “Terra straniera” vi incanterà con la sua ambientazione in una Civitanova tanto lontana dalla nostra cultura, quanto vicina alla quotidianità: un romanzo da leggere tutto d’un fiato!

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