Gli Dei della Spada – L’arma come attributo divino

Non solo arma, ma anche opera d’arte, oggetto sacro, offerta sacrificale o status symbol, la spada è presente nei racconti mitologici e religiosi dei popoli fin dagli albori dell’umanità. Qui, essa non viene sempre e solo a rappresentare uno strumento di morte, ma spesso assume anche un valore simbolico diametralmente opposto: la spada difende i deboli, amministra giustizia, talvolta “taglia” anche al di là del semplice piano fisico. Ciò accade a maggior ragione quando, a brandirla, non è un semplice essere umano ma un’entità soprannaturale dai magici poteri, come può essere un dio.

dio induista vishnu spada nandaka
Rara rappresentazione del dio Vishnu con la spada Nandaka.

Tra le più antiche religioni a raffigurare spade, l’Induismo indiano possiede un pantheon particolarmente ricco di divinità, ciascuna capace di apparire sotto le forme più diverse, e molti sono déi guerrieri che brandiscono la Khanda, tradizionale spada indiana. Il più interessante di questi è Vishnu, che spesso viene chiamato “il protettore”, proprio per la sua caratteristica di dio combattente volto a mantenere l’equilibrio cosmico anche con la forza, se necessario. L’iconografia più classica rappresenta la divinità con quattro braccia, ciascuna delle quali regge uno dei suoi attributi: il disco (chakra) del sole, la conchiglia magica capace di scacciare i demoni con il suono che emette soffiando al suo interno, il fiore di loto, e una mazza da guerra a simboleggiare il potere del tempo che distrugge ogni cosa. Tuttavia, in alcune rare rappresentazioni, Vishnu è raffigurato brandire invece la sua spada, chiamata Nandaka. Questa ha un significato molto meno distruttivo di quello che potremmo pensare, infatti il suo nome significa “Fonte di Gioia” e rappresenta il potere della conoscenza ottenuta attraverso l’apprendimento.

Questo simbolismo particolare associato ad una spada si ritrova, non a caso, nellastatua statuetta bodhisattva manjusri wenshu religione buddhista che prende piede sempre in India, ma si diffonde anche in Cina e presto in tutto il continente asiatico. Nel buddhismo Mahayana, i Bodhisattva cosmici sono esseri molto simili a divinità, quasi dei supereroi che viaggiano per il creato concedendo il loro aiuto a tutte le creature in difficoltà. Uno dei quattro grandi Bodhisattva, secondo questa dottrina, è conosciuto col nome di Mañjuśrī (Wenshu in Cina), e la sua raffigurazione più diffusa assomiglia davvero molto a quella di Vishnu, tanto che si potrebbe pensare a una contaminazione culturale: oltre al fiore di loto e al libro che lo accompagnano sempre, a rappresentare studio e conoscenza, egli brandisce nella mano destra una spada fiammeggiante. La spada di Wenshu, al pari di quella di Vishnu, non è però un’arma votata solo alla violenza, ma serve soprattutto a squarciare il velo dell’apparenza, in modo da perseguire la verità e la saggezza.

Continuando nel nostro viaggio in estremo oriente giungiamo alle isole del Giappone, dove un’altra divinità ci attende con la sua spada. Susanoo no Mikoto, dio delle tempeste, era un fortissimo guerriero dal carattere fin troppo irruento, tanto da offendere la sorella Amaterasu, la dea del sole, con le sue continue angherie. Per questo fu confinato sulla terra e qui cercò di riscattarsi divenendo un protettore dell’umanità: è in tale frangente che affronterà il terribile drago serpentino dalle otto teste, Yamata no Orochi, per salvare la fanciulla offertagli in sacrificio. Una volta sconfitto il mostro, Susanoo prese a farlo a pezzi, ma da una delle sue code fuoriuscì una magnifica spada, dotata di poteri magici: Ama no Murakumo fu chiamata, la spada del paradiso, ma è più nota come Kusanagi no Tsurugi, per il suo potere di controllare il vento e “falciare l’erba” dei campi a distanza.

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Susanoo no Mikoto sconfigge il drago Yamata no Orochi.

Susanoo portò l’arma in dono alla sorella come dimostrazione della sua buona volontà, e il diverbio tra il sole e la tempesta fu sedato. È interessante notare come in tutte le rappresentazioni, questa spada non assomigli per niente ad una Katana, come verrebbe da pensare di primo acchito, associandola al Giappone. Invece, la Kusanagi è raffigurata come una spada molto più antica, forse un chokuto, dalla forma molto simile alle spade cinesi più classiche.

Ma ora sorvoliamo con la mente gli oceani e le vallate per tornare nel nostro

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Cù Chulainn, di Stephen Reid. 

 vecchio continente. Nelle terre dei celti, le divinità erano estremamente umanizzate, tanto da confondersi con personaggi storici e sovrani al limite tra la realtà e il mito. Le spade venivano tramandate di padre in figlio, ed è così che nacquero leggende sui magici poteri di alcune di esse. Una in particolare passò di mano a tre famose divinità: il dio del mare e del tempo atmosferico Manannan la lasciò al figlio adottivo, Lúg lo splendente. Questi, a sua volta, la concesse al proprio figlio legittimo, il semidio ed eroe leggendario Cù Chulainn. La spada di cui stiamo parlando si chiama Fragarach, “colei che dà le risposte”, ed è dotata di incredibili poteri magici. Tanto per cominciare, chiunque l’abbia puntata alla gola è obbligato a dire la verità. Può inoltre penetrare qualsiasi armatura, e chi viene ferito dalla sua lama è destinato a morire in breve tempo per la maledizione che essa porta. Pare inoltre che possa prosciugare le forze dei nemici, e le viene attribuito addirittura il potere di dominare i venti: quest’ultimo è un parallelo molto singolare con la Kusanagi, soprattutto visto che anch’essa veniva brandita da un dio delle tempeste!

Avanzando negli anni, in terra scandinava si propaga il culto degli déi del nord, anch’essi fortemente legati al carattere prettamente guerriero della società che li aveva creati. Nel pantheon norreno, le sfere d’influenza di ogni dio sono molteplici e non così ben definite come per altre religioni politeistiche; tuttavia, anche qui abbiamo un dio del mare: Njördr, con i suoi figli, Freyr e Freyja. Freyr, il cui nome potrebbe significare letteralmente “signore”, ebbe un culto diffuso e fu associato a un gran numero di domini, in particolare con la fecondità dei campi e con il tempo atmosferico (e anche in questo caso ritroviamo una affinità con gli déi celtici e, più stranamente, con il giapponese Susanoo!).

Ma ciò che più ci interessa è che anche questo dio possedeva una spada, poiché tuttidio vichingo freyr spada gli déi Asgaardiani erano prima di tutto guerrieri, e il signore Freyr si distingueva per la sua arma infallibile: nell’Edda in Prosa di Snorri Sturluson, essa viene definita “tanto buona da combattere da sola”. Non è rivelato il nome della spada del dio, ma conosciamo la sua storia. Spiando dal suo trono le terre dei mortali, un giorno Freyr si innamorò perdutamente della bellissima gigantessa Gerdr e chiese al proprio servo Skìrnir di recarsi a domandare la sua mano. Il servo, però, come ricompensa per questo compito pretese nientemeno che la spada del dio. Egli desiderava così tanto la gigantessa da acconsentire alla richiesta, e questo amore gli sarà fatale: nel giorno del Ragnarök, infatti, il dio Freyr si troverà privo di spada nella battaglia che segnerà la fine dei tempi e sarà quindi ucciso dal gigante del fuoco Surtr.

Pegno d’amore, segno del comando, strumento di giustizia e verità: così come per gli umani, anche per gli déi la spada è da sempre molto più di una semplice arma; essa è un simbolo che racchiude innumerevoli segreti tutti da svelare sulla natura del mondo e, di conseguenza, su quella dell’uomo.

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